STEFANO LAZZARI
Reverse
Engineering of the Curatorial Bullshit
Reverse Engineering of the
Curatorial Bullshit nasce come un progetto che,
sotto il segno di una provocazione dichiarata, interroga uno dei dispositivi
più influenti del sistema dell’arte contemporanea: il testo curatoriale. Lungi
dal costituire un semplice apparato di accompagnamento, esso agisce infatti
come una struttura di legittimazione, capace di orientare la ricezione
dell’opera, di collocarla entro un orizzonte teorico e istituzionale, e di
concorrere alla costruzione del suo valore simbolico ed economico. In questo
senso, il linguaggio curatoriale non descrive soltanto l’opera: la interpreta,
la posiziona, talvolta la riscrive.
Il progetto assume questo dato non
per contestare la mediazione in quanto tale, né per rivendicare una ingenua
disintermediazione tra artista e pubblico, ma per renderne visibili i
meccanismi. Il gesto decisivo consiste infatti nell’invertire il processo
consueto: qui il testo non segue l’opera, ma la precede; non la commenta, ma la
genera. Agli artisti è affidato il compito di tradurre in forma visiva i
codici, le astrazioni e le strategie retoriche del discorso curatoriale,
trasformando la scrittura critica in matrice immaginativa. Ospitato nello
spazio virtuale di Craft World, il progetto si configura così come un
esperimento di interpretazione inversa, nel quale il linguaggio diventa materia
produttiva e l’opera nasce da una risposta attiva dell’artista a quel discorso
che, di norma, lo incornicia.
In questa inversione si colloca la
sua più autentica chiave interpretativa. Reverse Engineering of the
Curatorial Bullshit non è una denuncia, ma un’analisi; non un attacco
al curatore, ma una riflessione sul confine mobile tra interpretazione e
creazione, tra costruzione del senso e produzione della forma. Al tempo stesso,
il progetto richiama gli artisti a una responsabilità culturale non delegabile,
sollecitandoli a riappropriarsi del proprio ruolo nel definire il significato
dell’arte nella società contemporanea. E invita, parallelamente, curatori,
critici e galleristi a ridefinire insieme agli artisti i termini, i valori e le
funzioni della mediazione, sottraendola tanto all’automatismo del gergo quanto
all’opacità del potere simbolico.
Reverse Engineering of Curatorial Bullshit
