NICOLETTA MERONI

MEDITANDO SUL MODO DEL PROGETTARE

L’occhio

A cosa serve vedere, se non ad agire (Thic Nhat Hanh, monaco vietnamita, La pace è in ogni passo, cit. da Francesca Albanese in Quando il mondo dorme pag.257).

Il progetto inizia con gli occhi, a seguire viene la mente e poi le mani, quello che sconcerta è il piano che non va in porto. Non importa se non va in porto, l’immaginazione al potere. Il disegno sulla carta è una fase del progetto. Un disegno da designare, da marcare, da segnare. È più facile definire graficamente un’idea piuttosto che descriverla verbalmente? Dipende dall’idea. Le immagini sono interpretabili come le parole. Ho visto un muratore semianalfabeta che per descrivere il lavoro da eseguire in un edificio ha tracciato tre linee su un pezzo di cartone. La fattibilità è una componente fondamentale del progetto, la sua realizzazione. Ciò che rimane sulla carta è un’utopia, un sogno. Molti sono i motivi per i quali un progetto non si realizza, tutti però dipendono dalla capacità del progettista. Si può prevedere nel concreto che il piano possa essere attuato, ma se si scontra con un progetto più potente, il progetto debole fallisce. Ma anche un’idea grandiosa, proprio perché troppo grande, spesso non è realizzabile. Boullée e Ledoux alla fine del Settecento in piena età della ragione hanno pensato in termini troppo razionali, erano menti che hanno anticipato la tecnica con la quale poter realizzare buona parte delle loro idee. Siamo in un’epoca senza progetto, o meglio di progetti deboli che si scontrano con progetti forti, molto forti. Il riscaldamento globale e le sue conseguenze dovrebbero metterci tutti quanti nella condizione di progettare il nostro futuro, invece gli scettici predominano, chi riesce a prevedere il disastro comunque non agisce per poterlo evitare, non rinuncia alla maggior parte delle comodità conquistate con il progresso e non mette in discussione la parola e l’idea stessa di progresso come qualcosa di assolutamente positivo. Il progresso senza progetto. Come va di moda il prefisso PRO, così tanto da diventare un titolo a sé. Il progetto prevede, implica il rigore, l’analisi e la sintesi, il percorso, le fasi. Ma il caso che porta fuori strada è sempre benvenuto. Si oscilla tra la razionalità del programma e l’irrazionalità del caso. Forse si chiama libertà d’espressione. Per andare da un punto all’altro, per trasformare, cambiare, migliorare, crescere, il progetto è inevitabile. C’è sempre bisogno di qualcosa di nuovo oppure c’è sempre da risolvere un problema, soddisfare un bisogno o una necessità. Il tempo è una componente fondamentale di un progetto. Sia esso un progettino, un progetto buono e positivo, un progetto cattivo, negativo con un fine infausto.  Un progetto di vita è un modo per dare senso alla propria esistenza. Siamo cresciuti intellettualmente, ci siamo formati con la cultura del progetto, pianificando un viaggio, un piano o un’intenzione, facendo ricerca. Abbiamo pensato a uno sviluppo, a delle fasi: concepire, progettare, realizzare, valutare. Tutta la vita a creare, costruire, produrre, sempre con un obiettivo da raggiungere.